Some Kind of Heaven, vol. II

So I had safely arrived at Usisya Beach Eco-Lodge, escorted by wiseman-turned-guide Samson, and after a quick very refreshing dip in the water, I had a lovely evening with Dani and Dave, owner and manager of the lodge respectively, eating a delicious soya Bolognese cooked flawlessly by King, the lodge all-round attendant, and Salome.

And that’s where the idyll ended.

A few hours later I stumbled out of my tent and proceeded to throw up the entire dinner. I then spent the rest of the night feeling nauseous and shaken by a hot fever — whatever bug I had had three weeks before was back.

In the morning Dani kindly offered me to sleep in one of the chalets overlooking the beach, which was a lucky upgrade I couldn’t quite appreciate fully in my feverish state. Dave called a motorbike taxi for me and I went to the local clinic to test for malaria.

Once again, the kindness of strangers struck me. I quite literally couldn’t sit up so I just slumped myself on the hard stone bench and laid down hoping someone was going to come up to me to tell me what to do. “Sister!” a young man called, “Do you have your health passport?” Damn it. Yes I do, in my backpack at home, 40km away.

The guy called one of the clinic workers, who sold me another health passport, which I filled in. I then explained my symptoms and that I had to test for malaria. I did, and it was negative again, so he led me around the back of the building and snuck me in the doctor’s room ahead of the 80+ people who were waiting outside. To my shame I fully took advantage of my white privilege, and even though I protested a little bit, but not too much, was secretly quite glad I wouldn’t have to negotiate my nausea for several hours lying on a stone bench.

My joy at seeing a woman doctor was soon dismayed by learning the doctor had forgotten her thermometer at home, so couldn’t take my temperature. *facepalm* However she gave me more of the antibiotic I was given last time, assuming it was some kind of bacteria or other.

I got back on the bike and spent the rest of the day and the following day pretty much sleeping in bed. I was very annoyed to be missing out on this heavenly place, but I guess there are worse places to be ill in.

Everyone at the lodge took it upon themselves to nurse me, especially King who regularly came to check in on me. By the end of the second day the fever and nausea had gone completely and I was able to eat something and was feeling stronger. Still, I decided not to brave the night boat back to Nkhata Bay (6–8 hours in utter darkness on a wooden boat) and took up the offer of a shared taxi to Mzuzu — where I would go to a private clinic for proper blood tests — with Dani and Dave the following morning.

Alas, what I thought would be an easier option, turned out to be otherwise. The taxi was booked for 10am. At 10.45am, given it wasn’t there, we called and discovered the driver had taken up a job to Lilongwe, 365 km the opposite direction of where we were, and he would come pick us up in the afternoon instead. *doublefacepalm*

Needless to say, we were not happy with this arrangement, so we booked another taxi, specifically asking for someone with a high clearance car who had been to Usisya before — whilst the road is OK in dry season, it’s still full of rocks and potholes and you need to climb up and down some really steep hills.

The taxi finally came at 3pm and off we went thinking we’d be in Mzuzu by 4.30pm — just in time for me to head to the clinic before it closed at 7pm.

Little did we know the driver had not been to Usisya before, and his car was not high clearance and it could not make it up those hills with three passengers and bags. *triplefacepalm*

We had to get off the car six times and walk a good three hundred metres each time for the car to make it up without burning its engine. Having hardly eaten anything for two days and still feeling quite weak, I was not at my most cheerful.

The journey took three and a half hours and ended in fierce bargaining with the driver who finally gave in to our demand of a 20,000 kwacha discount. We all took refuge at Macondo Camp, a quiet oasis of peace in Mzuzu, run by Luca and Cecilia and featuring an Italian menu.

There I had the umpteenth reminder of how small the world actually is, when I met Davide, owner of Ai Troeggi, a bar in my hometown Genova. He is Luca and Cecilia’s friend and is going to manage the lodge while they’re on holiday. Absurd.

Having heard the whole ordeal, Luca and Cecilia insisted to let me stay for free and only charged me for the little food I had — the kindness of strangers, vol. III.

The following morning I finally made my way to Mumbwe clinic where I had a full blood and urine test and nothing transpired from it. The doctor confirmed it was probably a bacterial infection or something relating to diet, gave me an anti-worm tablet and off I went back home.

Though it wasn’t quite the relaxing, easy weekend break I had planned for, it was such a packed-full of experiences five days I would genuinely do it all again — minus the taxi journey maybe!


Una sorta di Paradiso, parte II

… E così ero arrivata all’Usisya Beach Eco-Lodge, scortata dal saggio-diventato-guida Samson. Dopo un veloce tuffo nell’acqua, molto rinfrescante, trascorsi una piacevole serata con Dani e Dave, rispettivamente proprietaria e direttore del villaggio turistico, mangiando una deliziosa Bolognese di soia cucinata alla perfezione da Salome` e King, il cuoco e tuttofare del resort.

Fu a questo punto che termino` l’idillio.

Qualche ora più tardi barcollavo fuori della mia tenda e cominciavo a rimettere l’intera cena. Poi trascorsi il resto della notte scossa dalla febbre alta, provando una forte nausea : qualunque fosse il parassita che avevo avuto tre settimane prima, era tornato.

La mattina seguente, Dani mi offrì gentilmente di dormire in uno degli chalet sul fronte della spiaggia; un fortunato upgrade che non ero in grado di apprezzare pienamente nel mio stato febbrile. Dave chiamò per me una moto-taxi e mi recai alla clinica locale per fare il test della malaria.

Ancora una volta mi colpì la gentilezza degli estranei. Non ero nemmeno in grado di stare seduta, così mi lasciai semplicemente andare su una panca di dura pietra e rimasi stesa, sperando che qualcuno si facesse vivo a dirmi cosa fare. “Sorella!” mi chiamò un giovane, “Hai con te il passaporto sanitario?” Ecco. Si che ce l’ho: nello zaino a casa mia, a quaranta chilometri da qui.

Il ragazzo chiamò uno degli addetti della clinica, che mi vendette un altro passaporto sanitario da compilare, un piccolo libro di carta che contiene la tua storia clinica, con dettagli di diagnosi, trattamenti ecc. Poi spiegai i miei sintomi e che dovevo fare il test per la malaria. Lo fecero e risultò di nuovo negativo; così mi fece passare dal retro dell’edificio e mi intrufolò nello studio del dottore, passando avanti a un’ottantina di persone che erano in attesa all’esterno. Con mia vergogna mi avvantaggiai del mio privilegio da bianca, e sebbene abbia protestato un pochino — ma non troppo — segretamente fui molto contenta di non dover fronteggiare la mia nausea per parecchie ore, sdraiata su una panca di pietra.

La mia gioia nel vedere una dottoressa donna si tramutò presto in sbigottimento nell’apprendere che aveva dimenticato a casa il termometro, pertanto non poteva misurarmi la febbre. Insomma… Comunque mi diede una dose maggiore dello stesso antibiotico che mi era stato prescritto la volta precedente, ipotizzando che si trattasse di una qualche sorta di batterio.

Ritornai sulla motocicletta e trascorsi il resto del giorno, nonché il giorno seguente, perlopiù dormendo a letto. Ero molto seccata perché mi perdevo questo posto paradisiaco, ma immagino esistano posti peggiori in cui trovarsi ammalati.

Tutti al resort si prendevano cura di assistermi, specialmente King che veniva assiduamente a vedere come stavo. Per la fine del secondo giorno la febbre e la nausea erano completamente sparite, mi sentivo più in forze ed ero in grado di mangiare qualcosa. Decisi comunque di non affrontare il rientro notturno in barca a Nkhata Bay (dalle sei alle otto ore nell’oscurità totale su una barca di legno) e la mattina seguente colsi al volo l’offerta di un taxi condiviso con Dani e Dave per recarsi a Mzuzu — dove sarei andata in una clinica privata per farmi fare esami del sangue più approfonditi.

Ahimè, quella che pensavo essere la scelta più semplice si rivelò essere cosa ben diversa.

Il taxi era prenotato per le 10.00. Alle 10.45, dato che ancora non si vedeva, chiamammo e scoprimmo che l’autista aveva accettato un incarico a Lilongwe, a 365 km in direzione opposta a quella in cui ci trovavamo noi, e sarebbe venuto a prenderci nel pomeriggio. Perfetto.

Inutile dire che non eravamo soddisfatti di questa soluzione; così prenotammo un altro taxi, chiedendo espressamente che si trattasse di qualcuno dotato di una macchina con elevata altezza da terra e che fosse già stato ad Usisya — nonostante la strada sia buona nella stagione asciutta, è pur sempre disseminata di grosse pietre e buche profonde, e c’è da arrampicarsi su e giù per colline molto ripide.

Il taxi arrivò finalmente alle 15.30, e partimmo convinti di arrivare a Mzuzu per le 16.30 — giusto in tempo perché io potessi dirigermi alla clinica prima che chiudesse alle 19.00.

Poco sapevamo del fatto che l’autista non fosse mai stato ad Usisya prima, e che la sua automobile non avesse un’altezza libera adeguata e non ce la potesse fare su per quelle colline, con tre passeggeri e i bagagli. Di peggio in peggio…

Ci toccò scendere dalla macchina sei volte, camminando ogni volta per trecento metri buoni, affinché la macchina ce la facesse senza fondere il motore. Avendo a malapena mangiato qualcosa negli ultimi due giorni e sentendomi ancora piuttosto debole, non ero proprio del mio umore più allegro.

Ci vollero tre ore e mezza di viaggio, terminate in un acceso patteggiamento con l’autista che alla fine accondiscese alla nostra pretesa di uno sconto di 20.000 kwacha. Ci rifugiammo tutti al Macondo Camp, una tranquilla oasi di pace a Mzuzu, gestita da Luca e Cecilia e caratterizzata da un menù italiano.

Là ebbi l’ennesima riconferma di quanto il mondo sia in realtà minuscolo, quando conobbi Davide, proprietario di “Ai Troeggi”, un bar nella mia città natia di Genova. Lui è amico di Luca e Cecilia, e gestirà il loro esercizio mentre andranno in vacanza. Incredible coincidenza!

Appreso l’intero calvario, Luca e Cecilia insistettero per ospitarmi gratuitamente, addebitandomi solo quel poco di cibo che consumai — per la serie: “la gentilezza degli sconosciuti, parte III”.

La mattina seguente raggiunsi finalmente la clinica Mumbwe, dove mi fecero un’analisi completa del sangue e delle urine dalla quale non emerse alcunché. Il dottore confermò che si era probabilmente trattato di un’infezione batterica o di qualcosa collegato all’alimentazione, e mi diede una compressa vermifuga; poi partii per il ritorno verso casa.

Sebbene non sia stata esattamente la pausa rilassante e agevole che avevo programmato, sono stati cinque giorni così strapieni di esperienze che sinceramente rifarei tutto — meno il viaggio in taxi, forse!

Did you enjoy my writing? Share it!

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *