On The Road

My home is everywhere. And nowhere.

It is Genova, in its smelly narrow streets, winding down steep hills that race each other to the harbour. In the weekday mornings getting up for school with yawny eyes and sleepy faces, cursing on the 34 bus at the elderly ladies with bulky shopping trolleys at 7.45am; in the Sunday mornings at church and the afternoon on long walks and drives with friends; in the Saturdays leaving a mark in the already broken floor of XX Settembre street, walking up and down, up and down, up and down to visit shops seen a million times before.

It is London, in the canal walks, the trendy markets with overpriced burgers, the Turkish supermarkets with cheap delicious bread and countless restaurants with smells from another world; in the nights out at Passing Clouds or Hootananny’s, or venue hopping on a swing dancing spree; in the weekly £5 cinema shows and the rare theatre trips I treated myself to; in the friends I made and the ones I lost; in the Uni lessons and the first job running around Soho buying wardrobe options for a supermarket advert.

It is Calais, in the Jungle camp, singing Let It Go with Kurdish children and making food packages to distribute, sneezing cumin for the following three days. It is in the delicious hot meal I ate at the Pakistani Restaurant, “The Three Idiots”, with pitta bread, chicken, beans, rice and vegetables — because despite the place, that was what made it their home. It is in the tired looks of the volunteers who had to deal with another attack by the police, who burns tents and sleeping bags at night to move refugees off the icy ground during the northern French winter.

It is Malawi, in the smiles of my students, and the wonder of children’s eyes when they saw me trying to balance water on my head; in the green mountains and the blue lake, in the scorched land in dry season, with hippos and elephants marching for miles to find water. It is in the hands of wood carvers and jewellers trying to help others, in the knuckles of a 107 year old man who taught me what faith and patience are. It is in the tears of little Angella, who didn’t want me to leave and slept in my bed the last night I was there.

It is the hundreds of people I met, shared a meal, a moment, a look with. In the people I spoke to, the ones I didn’t, and even the ones I did speak to and who didn’t listen or refused to understand. In the help I gave, the one I was given, in the love and hate and respect and despise. In the sunrises and sunsets and moonlights and star gazing I looked up to alone, or with someone special after the rumble of a motorbike had died down.

So don’t ask me where my home is or where I’m from.

Ask me where I’m going.


Sulla Strada

La mia casa è ovunque. E da nessuna parte.

È a Genova, nei suoi vicoli un po’ puzzolenti, che si rincorrono serpeggiando giù per ripide collinette fino ad arrivare all’ampia distesa del porto. Nelle mattine di settimana quando ci si alzava per andare a scuola con gli occhi sbadiglianti e le facce assonnate, maledicendo le vecchiette sul 34 con il carrello della spesa alle 7.45 di mattina. Nelle domeniche mattina in chiesa e i pomeriggi passati a fare lunghe camminate e giri in macchina con gli amici; nei sabati pomeriggi a lasciare il solco sul pavimento già crepato di Via XX Settembre, facendo avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro per fermarsi in negozi visti mille volte prima.

È a Londra, nelle passeggiate sul canale, i mercatini alla moda con hamburger costosissimi, i supermercati Turchi con il pane delizioso tanto quanto economico e una varietà’ di ristoranti con odori di un altro mondo; nelle serate a Passing Clouds e Hootananny’s, o a spostarsi di locale in locale in una maratona di lindy hop; nei cinema settimanali a £5 e i rari spettacoli a teatro che mi sono concessa; negli amici che mi sono fatta e quelli che ho perso; nelle lezioni all’università e il primo lavoro a correre per tutta Soho cercando opzioni di guardaroba per la pubblicità di un supermercato.

È a Calais, nel campo della “Giungla”, a cantare Let It Go con bambini Curdi e a inscatolare cibo da distribuire, starnutendo poi cumino per i seguenti tre giorni. È nello squisito pasto caldo che mangiai al ristorante pakistano “I Tre Idioti”, con pane pitta, pollo, fagioli e verdure — perché nonostante il posto, quello era ciò che faceva sentire loro a casa. È negli sguardi stanchi dei volontari che si trovavano a difendere immigrati e rifugiati dall’ennesimo attacco della polizia, che bruciava tende e sacchi a pelo di notte per sgomberare la gente dal gelido terreno dell’inverno francese.

È il Malawi, nei sorrisi dei miei studenti, e nello stupore negli occhi dei bambini quando mi hanno visto provare a portare acqua in testa; nelle montagne verdi e il lago blu, nella terra arida durante la stagione secca, con ippopotami ed elefanti che fanno chilometri per raggiungere l’acqua. È nelle nocche di un uomo di 107 anni che mi ha insegnato cosa siano la pazienza e la fede. E nelle lacrime della piccola Angella, che non voleva me ne andassi e dormì nel mio letto l’ultima notte che stavo lì.

È le centinaia di persone che ho incontrato, con le quali ho condiviso un pasto, un momento, uno sguardo. Nelle persone con cui ho parlato, quelle con cui ho taciuto, e quelle che non mi hanno ascoltato o si sono rifiutate di capire. Nell’aiuto che ho dato, quello che ho ricevuto, nell’amore, l’odio, il rispetto e il disprezzo. Nelle albe e nei tramonti e nei chiari di luna e le notti stellate che ho guardato da sola, o con qualcuno di speciale dopo che il rombo di una motocicletta era andato a scemare.

Quindi non chiedetemi dove sia la mia casa, o da dove vengo.

Chiedetemi dove sto andando.

Did you enjoy my writing? Share it!

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *