Journey to Jozi

I guess it had to happen once in my life.

Those of you who know me, know that I am a very precise, tidy person and I’m fond of double checking. I double check emails before sending them, close windows before heading out, repeat calculations twice, etc.

So imagine my horror when, in a car with my friends halfway to the airport a few weeks ago, it suddenly dawned on me that I’d left my passport at home!

I was so disbelieving that it actually took a few seconds before I realised what it meant: I had three hours to my plane, not enough to go back, get the passport and drive to the airport again. Luckily, nine months in Malawi have taught me that these are not life’s real problems, so in a relatively calm manner, I called the lodge where I currently live and, in a mix of simplified English and broken Chichewa, I tried to explain to Gift, one of the cleaners, that she had to go to my room, look inside my big black backpack, find a brown envelope and look inside, where my passport would be.

In the meantime, my friend kept driving to Blantyre, where the airport is, while his wife called a local taxi driver and instructed him to go to the lodge for an urgent pick-up. Meanwhile, Gift was still on the phone with me, and I could hear her running (hopefully to my room!) — which made me laugh, given that people’s normal pace in Malawi is about 0.0000001 miles per hour. She managed to get there and find the backpack and by some miracle was joined by the Office Manager, who speaks excellent English and found the passport straightaway.

We had by then arrived to Shoprite, my meeting point with the driver who would take me to the airport. I called South African Airlines to explain there had been an accident on the way to the airport, the road was blocked and I wasn’t sure I would make it in time. They said the best bet was trying to call the airport to alert the check in desk. They regretted they didn’t have the number.

I googled Chileka International Airport, but needless to say, nothing came of it: the size of the departure lounge equals to my living room and security control staff are often found eating chips… You get the picture!

My friends left me with the reassuring words: “It’s Africa, things work themselves out”, and I sat down to an agonising wait.

The taxi driver called me twice saying he was very close and finally showed up at 12.05, the time when the check in desk was supposed to close. By then I had kissed Johannesburg a bitter goodbye in my head. Nonetheless, I jumped on the car and found not one, but two people in it. “I lost my driving licence two weeks ago”, the driver said apologetically, “So I had to call my friend to drive!” Which explains why it took him ages to get to me! #thisisafrica

The next hurdle was negotiating the 16km of off road and road works leading to the airport, which took twenty-five minutes. That gave me time to make up a heart wrenching story of how I had only booked the flight a day before following a family emergency, and how I absolutely must take that plane or I might no get to see my brother alive, who had been run over the previous day. I don’t have a brother, so I figured that was a safe enough lie for Karma not to come and bite my in the back. We’ll see if that’s true…

When we finally got to the airport, I ran through security, turned the corner, saw people queueing at the SAA check in desk and asked them which flight they were checking in for: 12.55 to Johannesburg! I joined the queue, checked in and proceeded to passport control.

My relief at having made it was short lived though.

The immigration lady took a rather long time leafing through my passport and finally asked: “When did you get here?” I replied nonchalantly: “4th January 2018.” She laughed and showed me the Visa stamp which an idiot officer put on my Visa extension in April: it said 2017!

So looking at my passport, it seemed like I had entered the country on 4th January 2018, then I had somehow transported myself back in time to get a three month Visa extension on 27th January 2017 and then I had transported myself back to the present to get a Temporary Residence Permit at the end of April 2018.

“Someone at the immigration office in Mzuzu clearly used the wrong stamp”, I protested “I can’t do anything about it. Maybe you can call them to check?” She seemed to find the idea hilarious and had a good laugh with her colleague, then stamped my passport with an exit stamp dated 15th September 2018 and waved me through. I finally got to my seat sticky with sweat and exhausted with stress, and plunged into a deep sleep. I woke up two hours later, just as we were beginning our descent into Johannesburg.

If there’s one thing I’ve learnt from this (other than the obvious lesson: don’t be a dumbass and leave your passport at home when you have to get on a flight) it’s that a hakuna matata (no worries) approach to life really can work in Africa… At least as far as catching planes is concerned!


Viaggio a Jozi

Immagino dovesse succedermi, almeno una volta nella vita.

Chi mi conosce sa che sono una persona molto precisa, ordinata e che ama controllare tutto due volte. Rileggo due volte le email prima di inviarle, chiudo le finestre prima di uscire, ripeto i calcoli, e così via.

Quindi immaginate il mio terrore quando qualche settimana fa, in macchina con amici a metà strada verso l’aeroporto, improvvisamente mi resi conto che avevo lasciato a casa il passaporto!

Era tanto difficile crederci che mi ci volle in realtà una manciata di secondi prima di rendermi conto di cosa ciò significasse: mancavano tre ore al mio volo, non abbastanza per tornare indietro, prendere il passaporto e guidare di nuovo fino all’aeroporto. Per fortuna, nove mesi in Malawi mi hanno insegnato che non sono questi i veri problemi della vita; così, in modo più o meno calmo, chiamai il resort dove attualmente vivo, e in un misto d’inglese semplificato e Chichewa (la lingua locale) sgangherato cercai di spiegare a Gift, una delle inservienti, che doveva andare nella mia stanza, guardare dentro il mio grosso zaino nero, trovare una busta marrone e guardarci dentro, dove avrebbe dovuto trovare il mio passaporto.

Nel frattempo il mio amico continuava a guidare verso Blantyre, dove si trova l’aeroporto, mentre la moglie chiamava un tassista locale e gli dava istruzioni di andare al resort per un servizio molto urgente. Sempre nel frattempo, Gift era ancora al telefono con me e la sentivo correre (si spera verso la mia stanza!) — la qual cosa mi fece ridere, considerato che l’andatura normale della gente in Malawi è di circa 0,0000001 miglia l’ora. Riuscì ad arrivare là e a trovare il mio zaino, poi miracolosamente si unì a lei il Responsabile, che parla un inglese eccellente e in un battibaleno trovò il mio passaporto.

A quel punto noi eravamo arrivati a Shoprite, il luogo dove dovevo incontrare l’autista che mi avrebbe portato all’aeroporto. Chiamai la South African Airways per spiegare che c’era stato un incidente sul percorso per l’aeroporto, che la strada era bloccata e non ero sicura di farcela. Risposero che la miglior cosa da fare era cercare di chiamare l’aeroporto per mettere in allerta il banco del check in. Si rammaricavano di non avere il numero.

Cercai su Google l’Aeroporto Internazionale di Chileka ma, inutile a dirsi, non risultava affatto; la dimensione della sala partenze equivale più o meno al salotto di casa mia, e il personale dei controlli di sicurezza si trova spesso a mangiare patatine… potete dipingervi il quadro!

I miei amici mi lasciarono con parole rassicuranti: “Siamo in Africa, le cose si aggiustano da sole”, ed io sedetti in un’attesa agonizzante.

Il tassista mi chiamò due volte dicendo che era molto vicino, e finalmente si presentò alle 12.05: l’ora alla quale il banco del check in avrebbe dovuto chiudere. A quel punto, mentalmente avevo già dato a Johannesburg un amaro addio. Ciononostante, saltai sulla macchina e vi trovai dentro non una, ma due persone. “Ho perso la patente due settimane fa” si scusò l’autista, “così ho dovuto chiamare un amico per guidare!”. Il che spiega come mai gli c’era voluta un’eternità per raggiungermi! Anche questo è l’Africa…

L’ostacolo successivo fu superare i sedici chilometri di strada sconnessa e di lavori in corso che portavano all’aeroporto, cosa che impegnò venticinque minuti. Questo mi diede modo di preparare una storia straziante su come avevo prenotato il volo appena il giorno prima a causa di un’emergenza di famiglia, e di come dovevo assolutamente prendere quell’aereo altrimenti avrei potuto non fare in tempo a vedere vivo mio fratello, investito il giorno precedente. Non ho un fratello, quindi immaginavo che questa bugia fosse sufficientemente sicura per evitare che il Karma mi venisse a punire. Vedremo se è vero…

Quando finalmente arrivammo all’aeroporto, mi precipitai attraverso il controllo di sicurezza, svoltai l’angolo, vidi gente in coda al banco di check in della SAA e chiesi per quale volo stavano facendo la coda: quello delle 12.55 per Johannesburg! Mi misi in coda anche io, feci il check in e procedetti verso il controllo passaporti.

Ma il mio sollievo per avercela fatta fu di breve durata.

L’ufficiale dell’immigrazione sfogliò per un tempo piuttosto lungo le pagine del mio passaporto e alla fine chiese: “Quando è arrivata in Malawi?”. Con finta noncuranza risposi il 4 gennaio 2018. Lei rise e mi mostrò il timbro che un ufficiale stordito aveva apposto sul prolungamento del mio visto di soggiorno in aprile: diceva 2017!

Pertanto, stando al mio passaporto, sembrava che io fossi entrata nel paese il 4 gennaio 2018, poi mi fossi in qualche modo trasportata indietro nel tempo per ottenere un prolungamento di tre mesi del visto di soggiorno il 27 gennaio 2017, per poi ritrasportarmi nel presente ed ottenere un Permesso di Soggiorno Temporaneo alla fine di aprile del 2018.

“Qualcuno all’ufficio immigrazione di Mzuzu ha chiaramente usato il timbro sbagliato” protestai, “non posso farci niente. Forse può chiamarli per controllare?”. Lei sembrò trovare l’idea esilarante e si fece una bella risata insieme al collega; poi impresse sul mio passaporto un visto d’uscita datato 15 settembre 2018 e mi fece passare con un cenno della mano. Arrivai finalmente al mio posto in aereo, sudata fradicia ed esausta per la tensione, e sprofondai in un sonno pesante. Mi svegliai due ore più tardi, proprio mentre iniziavamo la discesa verso Johannesburg.

Se c’è una cosa che ho imparato da tutto questo (a parte l’ovvia lezione: non essere un idiota che lascia il passaporto a casa quando deve prendere un volo) è che affrontare la vita con la filosofia hakuna matata (nessun problema) può davvero funzionare in Africa… almeno per quanto riguarda prendere gli aerei!

Did you enjoy my writing? Share it!

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *