I’m Officially Nowhere (At Least According to Google search)

I’m Officially Nowhere (At Least According to Google search)

Phillip’s house, where I’m staying until Easter

After a 26 hour journey door to door, consisting of an Overground, an Underground, two planes and a six hour taxi drive, and a restful weekend at Mayoka Village, I finally met my host Phillip on the Sunday evening after I arrived.

We hired a car and did a load of shopping for the weeks ahead, raising much surprise everywhere we went — this wimpy white woman carrying heavy shopping around Nkhata Bay market looked bizarre to say the least.

We picked up Phillip’s wife Wezi (her name means gift), another three people (no idea who they were) and set out on a rickety 4X4 climbing up the steep, bumpy road to Dindano, where I will spend the next three months. There’s no use searching for it on google maps — it doesn’t exist. And I must say I am quite pleased to be totally off the grid — Google, Apple, Amazon or anyone else has no idea where I am most of the time.

We were greeted by children of all ages, including Angela, one of Phillip’s daughters, who threw her arms around my waist and shouted her welcome excitedly. I couldn’t make out how many people there were in the darkness, but it seemed like most of the village had come to witness the alien landing.

Of course, the first couple of days were a constant discovery — life with no electricity, no running water, and very little phone reception takes some adjusting to.

Each and every one of the many pots and pans has a specific function — the big metal tin to bathe, the small plastic cup inside it to splash water on you; the flat round pan for frying onions and vegetables and the deep steel pan for cooking rice and nsima.

And of course the many 5–10 litre buckets to fetch water from the local pump — which I pathetically tried and failed to carry on my head on my third day there. Needless to say, this was all that was discussed amongst the women that evening around a shared plate of nsima and beans…

As much as time in the village seems to me to move really slowly, for everyone else, and especially the women, each day is a constant flurry of activities, from dawn around 5am to dinner around 7pm.

As soon as the sun is up, it’s a cacophony of washing pots and pans, bathing after the night, gathering wood fire, walking down to the water pump, mothers barking orders to their children, babies screaming, men carrying wheel barrels filled to the brim with bricks, dogs sniffing the breakfast, cockerels that seem to think it’s always dawn and chickens and chicks rasping the ground, blissfully ignorant of the mayhem surrounding them.

By the time I get up, everyone else has been up for at least an hour. It’s time to wash with some water which Wezi has warmed up for me on the fire, eat breakfast with the children at the living room table, brush my teeth at the bucket tap, and off we all go to school, ready to be in the teacher’s room for 7.30am (African time…)

Sometimes Phillip gives me a ride on his motorbike, as I’m on the way to Angela’s primary school. Much like in Naples, helmets are optional, and I must admit I felt a bit queasy on the first journey, speeding over rocks and bumps, with Angela tightly sandwiched between me and Phillip. School normally finishes around 2pm, or 4pm if we’re staying around for afternoon activities, and by 4.30pm I’m back home, where Wezi has left a warm lunch of chips and salad or an omelette for me.

I very quickly learnt that village life doesn’t account for privacy whatsoever. Either you’re locked in your room and look rude, or you will have three or four children around you at all times.

So the afternoons are mostly spent reading with them or helping with their homework; trying to carry water and spilling a third of the bucket; and uselessly attempting to help cook dinner — as of yet, I can’t be trusted with that, but I vow to get there by the end of March…

At sundown, everyone takes out their solar or battery powered lights and gathers tightly around a bowl of nsima and beans, usipa (tiny lake fish) or cabbage and tomato relish. Grandparents, parents, children, sisters and brothers, uncles and aunties and all manners of neighbours sit in a circle and practice the art of breaking a piece of soft nsima from the mountain in front of them, rolling it in the wet palm of their hands, and use it to pick up beans or fish, or dip it in relish (obviously, I still get a plate and cutlery…)

That is when I completely lose any idea of what’s going on, and am surrounded by a torrent of fast paced Chitonga words, laughter and occasional various (mis)pronounciations of my name, which is when I understand I’m being summoned and/or talked about.

Despite this, I somehow feel like I might become part of the community eventually — maybe because all I’ve encountered in the last week has been open faces, inquisitive eyes and curiosity about who I am and where I come from, and excited mentions of my local football teams Genoa and Sampdoria and of “London, England”.

Unsurprisingly enough though, nine days after arriving to Malawi, London, England seems very far indeed…


Sono ufficialmente nel “Nulla” (almeno secondo Google).

(Didascalia foto: La casa di Phillip, dove resterò fino a Pasqua)

Dopo un viaggio di ventisei ore da-porta-a-porta, consistente in una corsa di Overground, una di Metropolitana, due aerei e sei ore di taxi, e dopo un fine settimana di riposo al Mayoka Village, la sera della domenica dopo il mio arrivo ho finalmente conosciuto il mio ospite Phillip.

Abbiamo affittato una macchina e fatto un carico di vettovaglie per le settimane a seguire, suscitando grande meraviglia ovunque andassimo – questa fiacca donna bianca che portava pesanti sporte in giro per il mercato di Nkhata Bay appariva a dir poco bizzarra.

Abbiamo raccolto la moglie di Phillip, Wezi (il suo nome significa “dono”), più altre tre persone (nessuna idea di chi fossero) e ci siamo avviati su un traballante 4×4, arrampicandoci per una ripida strada tutta gobbe fino a Dindano, dove trascorrerò i prossimi tre mesi. È inutile cercarlo sulle mappe di Google – non esiste. E devo dire che sono piuttosto contenta di essere del tutto fuori dalla griglia geografica – Google, Apple, Amazon, o chiunque altro, non hanno idea di dove io sia per la maggior parte del tempo.

Siamo stati salutati da bambini di ogni età, compresa Angela, una delle figlie di Phillip, che mi ha gettato le braccia intorno alla vita gridandomi il suo eccitato benvenuto. Non riuscivo a rendermi conto di quante persone ci fossero nell’oscurità, ma sembrava che la maggior parte del villaggio fosse venuta a testimoniare l’atterraggio dell’aliena.

Naturalmente, il primo paio di giorni è stato una continua scoperta – la vita senza elettricità, senza acqua corrente, e pochissima ricezione telefonica richiedono un po’ di adattamento.

Ognuno dei molti recipienti ha una funzione specifica – la tinozza metallica grande è per il bagno, la brocca piccola di plastica al suo interno è per versarsi l’acqua addosso; la padella piatta e rotonda è per friggere le cipolle e le verdure, mentre la pentola profonda d’acciaio è per cuocere il riso e la nsima.

E naturalmente, i numerosi secchi da cinque-dieci litri servono per andare a prender l’acqua dalla pompa locale – io ho pateticamente cercato, fallendo, di portarli sulla testa nel mio terzo giorno. Manco a dirlo, ciò è poi stato l’unico argomento di conversazione tra le donne, quella sera, intorno ad un piatto condiviso di nsima e fagioli…

Per quanto, a me, il tempo al villaggio possa sembrar scorrere davvero piano, per tutti gli altri, specialmente le donne, ogni giorno è un turbinio costante di attività, dall’alba intorno alle cinque fino alla cena intorno alle sette di sera.

Non appena si alza il sole, è tutto un frastuono di lavaggio di stoviglie e pentole, farsi il bagno dopo la notte, raccogliere legna per il fuoco, mettersi in cammino verso la pompa dell’acqua; madri che strillano ordini ai loro bambini, neonati che piangono, uomini che trasportano carriole piene di mattoni fino al bordo; cani che annusano la colazione, galletti che sembrano pensare che sia sempre l’alba e galline e pulcini che ruspano sul terreno, beatamente inconsapevoli di tutta la baraonda che li circonda.

Per quando mi alzo io, tutti gli altri sono già in piedi da almeno mezzora. È tempo di lavarsi con un poco d’acqua che Wezi ha scaldato sul fuoco per me, far colazione con i bambini al tavolo del soggiorno, spazzolarmi i denti al rubinetto del secchio; poi via! Tutti a scuola, pronti per essere in sala insegnanti per le 7.30 (orario africano…)

Qualche volta Phillip mi dà uno strappo sulla sua motocicletta, dato che sono di strada verso la scuola elementare di Angela. Più o meno come a Napoli, il casco è facoltativo; e devo ammettere che nel primo viaggio mi sono sentita piuttosto spericolata, sfrecciando su pietre e gobbe, con Angela stretta come un tramezzino tra me e Phillip. La scuola finisce di solito verso le 14.00, oppure verso le 16.00 se restiamo per le attività del pomeriggio; così per le 16.30 sono di ritorno a casa, dove Wezi ha lasciato in caldo per me un pranzo di patatine e insalata, oppure una frittata.

Ho imparato molto rapidamente che la vita del villaggio non prevede alcun genere di riserbo. O siete chiusi in camera vostra, e questo vi farà sembrare sgarbati, oppure avrete intorno tre o quattro bambini, in qualunque momento.

Così i pomeriggi passano per lo più leggendo insieme a loro, oppure aiutandoli con i compiti per casa; cercando di trasportare l’acqua, e versandone un terzo dal secchio; sforzandosi invano di aiutare a cucinare la cena – fino ad oggi non posso essere considerata affidabile per questo scopo, ma mi riprometto di arrivarci per la fine di marzo…

Al tramonto, tutti tirano fuori le loro torce a energia solare o a batteria e si affollano intorno a un pentolone di nsima e fagioli o usipa (minuscoli pesci di lago) guarniti con cavolo e pomodoro. Nonni, genitori, bambini, sorelle e fratelli, zii e zie ed ogni genere di vicini di casa siedono in cerchio e praticano l’arte di spezzare un pezzo di soffice nsima dalla montagna di fronte a loro, arrotolandola nel palmo umido delle mani e usandola per raccogliere i fagioli o il pesce, oppure inzupparla nel condimento (ovviamente, a me vengono ancora dati un piatto e le posate…)

Quello è il momento in cui non ho più la più pallida idea di cosa stia succedendo, e sono circondata da un torrente in piena di parole in Chitonga (la lingua locale, n.d.r.), di risate e di varie sporadiche pronunce (storpiate) del mio nome; che poi è quando capisco che mi si sta chiamando a partecipare, o che si sta parlando di me.

A dispetto di tutto questo, sento in qualche modo che alla fine potrei anche diventare parte della comunità – forse perché tutto ciò che ho incontrato nell’ultima settimana sono stati visi aperti, occhi curiosi e desiderio di conoscere chi sono e da dove vengo, nonché citazioni entusiastiche delle mie squadre di calcio locali Sampdoria e Genoa, e di “Londra, Inghilterra”.

Sebbene non mi sorprenda poi tanto, nove giorni dopo essere arrivata in Malawi, Londra e l’Inghilterra mi sembrano davvero molto lontane…

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