First: The One Way Ticket

First: The One Way Ticket

There’s something very special about buying your first one way ticket.

The shiver of uncertainty — not knowing when, or even if, you’ll come back… It runs down through your spine in a delightfully frightening bout.

In the weeks preceding this fatal moment, the Skyscanner alerts kept coming — London to Lilongwe price drop; London to Lilongwe price rise.

The search landing page had been open in my browser for days, and I used to refresh it at least once a day, checking price, best routes, stop over options.

The closer I got to buying it, the shakier I felt — why did I need to go? Why now? Why there?

Upon resigning my job I was offered a pay rise to stay three months longer and as soon as I even mildly considered the idea, I knew I had to stop listening to my brain and start listening to my stomach, and sat down one afternoon and just bought the bloody ticket.

That is, only after procrastinating for a whole morning. After changing my bed sheets, washing the dishes, putting a wash on, cleaning the bathroom, sweeping the floor, cooking lunch and reading my work emails at the weekend, I really had nothing else left to do but sit down and open my laptop.

It took me several minutes incognito browsing to check where the ticket was cheaper, trying to trick the system to save £20 and waste another half an hour just in case I changed my mind.

I read and re-read and double checked and triple confirmed every letter in my name (which I have been writing for at least 23 years now), my passport number and expiry date, the number of bags to check in and the meal I wanted.

Then I bunched up my hands in really tight fists, stretched my fingers out, circled my wrists a couple of times in a cacophony of clicking bones, held my left hand with my right to stop it shaking and pressed the Confirm button.

And then I realised I hadn’t really started or decided anything there and then.

As a matter of fact, this whole thing began much earlier than when I finally sat down and bought my ticket. The seed of an idea had begun germinating a very long time before that.

It first consciously struck me one afternoon, when I was showing pictures from Uganda to my good friend from Genova, my hometown. She looked at a picture of me and my team in the house of Betty, a lovely teacher who’d been helping us with the filming.

My friend said I looked so happy. Despite having slept five hours a night and worked and travelled nineteen a day for the last four days. Despite the bags under my eyes. So happy she said.

And it dawned on me that I actually was. And that I hadn’t been as happy as when I hadn’t been in London for at least a year and a half — so what the hell was I still doing there?

And as soon as I realised it, this little magnificent idea kept coming back to me at random times.

It was there bouncing around my brain on the crowded rush hour trains and buses; making my skin tingle on twelve hour days at work, staring at screens filled with vast amounts of information I had sadly lost interest in; thundering through my joints when I stood outside my backdoor late at night, watching my cigarette smoke lazily dissolve in the tungsten hue of the courtyard lights.

This little flimsy crazy idea was there when I got in touch with a great guy who one day just decided to build a school in Malawi. As you do, at the weekends.

And it bounced and somersaulted when he said they’d be glad to have me from January, and kept nagging at me until the afternoon I sat down and bought the ticket.

And that’s when I realised I had a ton of things to do, and very little time to do them.


Primo passo: Il biglietto di sola andata.

C’è qualcosa di molto speciale nel comprare il tuo primo biglietto di sola andata.

Il brivido dell’incertezza — il non sapere quando, o perfino se, tornerai…

Ti scorre lungo la schiena in un attacco di delizioso spavento.

Nelle settimane che precedono questo momento fatale, gli avvisi di Skyscanner continuavano ad arrivare — da Londra a Lilongwe il prezzo scende; da Londra a Lilongwe il prezzo sale.

La pagina di ricerca della destinazione era stata aperta sul mio browser per giorni, ed ero solita aggiornarla almeno una volta al giorno controllando il prezzo, le rotte migliori, le opzioni di scalo.

Più mi avvicinavo a comprarlo, più mi sentivo scossa — perché avevo bisogno di andare? Perché proprio ora, perché proprio là?

Al momento di lasciare il lavoro mi è stato offerto un aumento di stipendio per rimanere tre mesi di più; ma non appena prendevo anche solo vagamente in considerazione l’idea, sapevo che dovevo smettere di ascoltare il mio cervello, cominciare ad ascoltare il mio cuore, sedermi un pomeriggio e non far altro che comprare il fatidico biglietto.

Oddio, giusto dopo aver procrastinato per un’intera mattinata. Dopo aver cambiato le lenzuola, lavato i piatti, messo una lavatrice, pulito il bagno, spazzato il pavimento, cucinato il pranzo e letto le email d’ufficio, durante il fine settimana, non mi rimaneva davvero altro da fare che sedermi e aprire il portatile.

Mi ci vollero parecchi minuti di navigazione in incognito per controllare se il biglietto era più economico, cercando di ingannare il sistema per risparmiare 20 £ e sprecare un’altra mezz’ora, giusto in caso cambiassi idea.

Lessi e rilessi, controllai due volte e confermai tre volte ogni lettera del mio nome (che scrivo ormai da circa ventitre anni), il numero e la data di scadenza del mio passaporto, il numero dei bagagli da imbarcare e il pasto che volevo.

Poi gettai le mani verso l’alto a pugni serrati, stesi spasmodicamente le dita, feci ruotare i polsi un paio di volte in una cacofonia di ossa scricchiolanti, trattenei la mano sinistra con la destra per farla smettere di tremare e premetti il pulsante di Conferma.

Solo a quel punto mi resi conto che non avevo davvero dato inizio o deciso alcunché in quel preciso momento.

In realtà, l’intera faccenda era cominciata molto prima di quando mi ero finalmente seduta ad acquistare il biglietto. Il seme di quell’idea era cominciato a germogliare molto prima di allora.

Mi aveva colpito coscientemente per la prima volta un pomeriggio, mentre mostravo le fotografie dell’Uganda a una cara amica di Genova, la mia città natia. Lei guardava una fotografia di me e dei mie colleghi nella casa di Betty, un’adorabile insegnante che ci aveva aiutato nelle riprese.

La mia amica disse che avevo un aspetto così felice. A dispetto dell’aver dormito cinque ore per notte e di aver lavorato e viaggiato per diciannove ogni giorno negli ultimi quattro giorni. A dispetto delle borse sotto gli occhi; così felice, disse proprio.

Mi accorsi che effettivamente lo ero. E che nell’ultimo anno e mezzo, o giù di lì, non ero stata così felice come quando non ero stata a Londra — quindi, che diavolo ci stavo facendo ancora là?

E non appena l’ebbi concepita, questa piccola magnifica idea continuò a riaffiorare nei momenti più disparati.

Era lì che rimbalzava dentro al mio cervello nei treni e negli autobus affollati dell’ora di punta; facendomi fremere la pelle per dodici ore al giorno a lavoro, mentre guardavo ad occhi sbarrati schermate piene di enormi quantità di informazioni alle quali avevo tristemente perso interesse; rimbombando attraverso le mie giunture quando me ne stavo fuori alla porta sul retro, la sera tardi, ad osservare il fumo della mia sigaretta dissolversi pigramente nel baluginare delle luci del cortile.

Questa piccola, leggera e pazza idea era là quando venni in contatto con un grande uomo, Kevin, che un giorno aveva semplicemente deciso di finanziare una scuola nel Malawi. Così, giusto come si fa nei fine settimana.

Rimbalzò e fece capriole quando Kevin mi disse che sarebbero stati contenti di avermi da gennaio, e continuò a tormentarmi fino al pomeriggio in cui mi sedetti e comprai il biglietto.

Fu quello il momento in cui mi resi conto che avevo una tonnellata di cose da fare, e molto poco tempo per farle!

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